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         Storia


 

 
La storia di guidonia montecelio - roma
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La storia di queste brevi pagine, sono estratte da: L'acqua, la pietra, l'aria. Il libro è stato curato da: A. Cardoni, L. Cerqua, E. Giorgi, L. Messa, G. Modeo, M. Pirro, M. Sperandio.

Si ringrazia (dal libro L'acqua, la pietra, l'aria): il Ministero dell'aeronautica per la cortese disponibilità dimostrata nel permettere l'accesso alla documentazione in suo possesso. Si ringraziano i Sigg. C. Bianchi, A. Forcella, C. Chiorboli, per il materiale fornito. Un ringraziamento particolare al Gruppo Archeologico Latino, sez. di Montecelio per la ricca documentazione di storia locale messa a disposizione; senza di questa, questo studio, come altri che lo hanno preceduto, non avrebbero potuto vedere luce.


L'origine del nome

Caso più che raro nella storia moderna, Guidonia ha un suo eponimo: Alessandro Guidoni, Generale dell'Aeronautica, perito tragicamente il 27 aprile 1928 precipitando durante una prova di lancio con il paracadute nei pressi dell'allora Campo d'Aviazione di Montecelio.

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Molto importante dovette apparire la figura di quest'uomo se, tra i tanti meritevoli d'encomio che il Regime Fascista amava esaltare, la scelta ricadde sullo schivo militare piemontese, tanto coraggioso, quanto lontano da gesti retorici.

   Il fatto poi che a proporre il suo nome fosse stato Italo Balbo, sottosegretario all'Aeronautica ed uno dei padri del Ministero, personaggio scevro da tentazioni enfatiche, ne amplifica l'importanza.

   Con la nascita del nuovo comune, avvenuta per Regio Decreto del 21 ottobre 1937, si inglobava la preesistente  giurisdizione amministrativa di Montecelio, paese antico di almeno un millennio, posto su due colli. Si dice che fosse per le pressanti insistenze di Don Celestino (al secolo Agostino) Piccolini, storico ed archeologo nel suddetto paese, che venne accodato al nuovo toponimo il vecchio.

   Il primo colpo di piccone alla nuova città fu dato da Mussolini stesso, in occasione dell'inaugurazione del Centro Sperimentale presso l'Aeroporto Barbieri (27 aprile 1935).

   Corniculum - Monticelli - Montecelio

Monticelli. dal 1872 Montecelio (con il Regio Decreto n. 912 del 23/06/1872), prende il nome dalle due cime su cui è posto. Il primo documento medioevale che ne attesta l'esistenza lo definisce Castrum Monticellorum. Il nuovo toponimo, attribuito a causa dei numerosi omonimi all'indomani dell'annessione dello Stato Pontificio, non era del tutto arbitrario. Già nel XVI sec. lo si usava in ambiente dotto, ritenendo che Monticelli fosse una corruzione popolare di Mons Celii etimo derivato da un presunto possedimento della antica gens Celia.

   "Il territorio della Terra di Monte Celio in Latio è diviso circa alli terreni canovativi per le annue sementi de grani biade et altro in quattro parti..."

A partire dal quindicesimo sec. circa, si andò anche affermando la convizione che su quegli stessi colli esistesse la città latina in Corniculum, conquistata  e distrutta dai Romani nel VI sec. a.c. Per questo la regione attorno fu detta dagli storici locali cornicolana e se ne ricostruiva l'etimologia da "cornacchia" di cui pare, il posto fosse popolato e lo stemma di Monetcelio prima e di Guidonia ora, prevede un corvide.

   La prima descrizione dello stemma la fornisce lo storico monticellese Angelo Picchetti (1595-1668) che lo reputa antico di secoli; una cornacchia su tre colli con la scritta S.P.Q.C. (dove C sta per cornicolano)

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   Guidonia nei discorsi ufficiali (di: Benito Mussolini)

   Discorso del 27 aprile 1935 in occasione della inaugurazione dei nuovi impianti militari:

"Camerati!

Vi annuncio che la parte aviatoria della città di Guidonia è gia inaugurata. E' pronta. Da oggi inizia la sua vita feconda. Con un senso di profonda fierezza annuncio a voi e a tutti gli italiani che gli impianti tecnici e scientifici di Guidonia sono i più moderni del mondo: Essi, uniti alla perizia ed alla intrepidità ormai leggendarie degli aviatori italiani, grantiranno nei cieli la sicurezza e la vittoria della Patria".

   E la contemporanea possa della prima pietra di Guidonia:

"Ufficiali! Sottufficiali! Caporali! Camerati! Un rito particolarmente solenne è questo di oggi e perciò destinato a rimanere indelebile  nelle nostre memorie e inciso per sempre nelle pagine della storia italiana.

   Nell'Agro Pontino e in altre plaghe della patria abbiamo fondato città che segnano il nostro proposito di conquista della terra. Oggi fondiamo una nuova città, dedicata alla memoria del Generale Guidoni, eroica tempra di soldato, che ha dimostrato con il sacrificio della vita la dedizione totale all'adempimento del proprio dovere. Le città di ieri e questa di oggi esprimono la netta sistematica, indomabile volontà di potenza dell'Italia fascista.

   Tale volontà ha piegato negli anni molti uomini e molte cose. Così accadrà anche nel futuro immediato e remoto".

Dopo 425 giorni si inaugurava la città di Guidonia.

Dalla cronaca di quel 31 ottobre 1937:

"Camerati!

Oggi, terzo giorno dell'anno XVI dell'Era Fascista, Guidonia inizia la sua vita con battesimo religioso e guerriero ad un tempo; la città è dedicata alla memoria del Generale Guidoni, che fù mio collaboratore nei primi tempi della ripresa aeronautica. Egli meritava che il suo nome fosse tramandato nei secoli.

   Questa città si presenta con l'aspetto tipico dell'architettura fascista, solida, ridente e moderna, degna del nostro tempo. Rivolgo quindi un vivissimo elogio al camerata Calza - Bini che ha progettato e realizzato la città, ai suoi collaboratori immediati e mediati e a tutte le maestranze.

   L'altro giorno inaugurai Aprilia, quarto comune dell'Agro redento: città rurale, città della terra. Oggi inauguro Guidonia, la Città dell'Aria.

   Tra le due manifestazioni c'è un legame strettissimo. Perchè i lavoratori dei campi possano indisturbati rendere sempre più feconda la terra italiana occorre che la vigilanza e la protezione ci siano nei cieli della Patria. Gli aviatori italiani hanno fatto nel passato e faranno questo nel futuro, con l'eroismo attraverso il quale essi sono ormai divenuti leggendari nel mondo".

 

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L'eponimo

Come ci rimandano le tante biografie a lui dedicate sopratutto negli anni immediatamente successivi alla sua morte, Alessandro Guidoni nasce a Torino il 18 luglio 1880, qui si iscrive al Politecnico e consegue con il massimo dei voti, la laurea in Ingegneria.

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   Nel dicembre del 1903, a tre mesi dalla conclusione degli studi, è gia in forza al Genio Navale Aeronautico in qualità di ingegnere e l'anno successivo è nominato tenente. Nel 1905, sempre nell'ambito del Genio Navale, ha raggiunto altre due specializzazioni: brevetto di elettrotecnico ed il titolo d'ingegnere navale.

   Nel 1909, a sei anni dal volo di Wright, costruisce da solo un piccolo sistema per le prove aerodinamiche e da quel momento il suo destino si legherà sempre di più a questo nuovo mezzo. Nel giro di una dozzina d'anni (1911 - 1923) progetta e costruisce i prototipi dei seguenti velivoli: due idrobiplano, due idromonoplano, due idroplano, un idrosilurante e, per chiudere, un elicottero.

   Acquisisce il brevetto di volo e partecipa, come pilota alla guerra italo-turca; il suo aereo viene abbattuto sui cieli della Libia, si salva e riesce fortunosamente a rientrare in patria.

   In questi primi anni della sua vita si delinea la figura di una persona versatile negli studi, con grande capacità di apprendimento. Una mente ordinata, razionale, pratica cui si contrappone una propensione alla vita avventurosa, un'indole che indulgeva volentieri al romanticismo, allo spirito cavalleresco, al  "beau geste". La complementarietà tra sentimento e ragione ne faceva una personalità ricca e completa, caratteristiche proprie degli uomini di concreto successo; come testimonia la sua vita che si muove sul doppio binario di una esistenza privata tranquilla, lontana dalla mondanità e dalle irrequietezze e quella lavorativa ricca di avventure, trovate geniali, pericoli ricercati e affrontati.

   Alla fine del primo conflitto mondiale, è invitato a Parigi quale Delegato Tecnico per l?aeronautica Italiana presso il Comitato Internazionale e successivamente del Comitato di Redazione della Convenzione Internazionale Aerea di Parigi.

   Da qui è trasferito a Washington dove prosegue la sua opera di osservatore inviando in tre anni (1920-1923) 1.500 rapporti al Ministero degli Esteri e sopratutto continua la sua ttività di progettista, per non rinunciare alla quale respinge l'invito del Generale Maurizio Moris ad assumere la Direzione Generale dell'Aeronautica. Rifiuto che non riesce a ripetere poco più tardi quando Mussolini venti giorni dopo essere diventato Capo del Governo, lo richiama a Roma, come uno degli elementi fondamentali per la costruzione dell'Arma  Aereonautica e dodici mesi dopo ricopre la carica di Generale Capo del Genio Aeronautico e Direttore Superiore del Genio e delle Costruzioni Aeronautiche.

   Dopo un trasferimento a Londra viene richiamato da Italo Balbo alla guida del Genio Aeronautico, e sotto la sua direzione il Campo di Aviazione di Monetecelio si appresta a raggiungere una fama mondiale, che però, egli non fece in tempo a vedere.

   La sua attività fu stroncata all'età di 48 anni per un incidente avvenuto mentre provava personalmente il paracadute "Salvator B" ideato da Prospero Freri che era ai comandi dell'aereo e che così ne raccontò la disgrazia:

   "Partimmo con un aeroplano da ricognizione R22: io ero il pilota, il Generale prese posto nell'abitacolo posteriore. Durante il volo, che si svolse normalmente, ci scambiammo dei saluti ed alcuni cenni del capo. Raggiunsi i 1.200 metri di altezza, alla distanza di circa quattro km dal campo, orientai la prua del velivolo in direzione degli hangar, quindi ridussi il regime del motore ed invitai il Generale a scavalcare la fusoliera: egli ubbidi e si e si mise a far delle mosse, come per comandare l'apertura del paracadute.

   Ridussi ancora il motore e gli urlai, facendo cenno con la mano di attendere con calma, ma il Generale non mi guardava: sembrava mal sopportare il vento che lo investiva completamente e mi parve che volesse o desiderasse aprire il paracadute. Con forza e chiaramente a più riprese urlai di attendere e, con la sinistra, ripetei segnali caratteristici di non avere fretta.

   Ebbi l'impressione di essere compreso. Provai un senso di sollievo perchè non solo non eravamo sulla verticale del campo, ove doveva avvenire il lancio, ma eravamo addirittura fuori dell'aeroporto di circa due km e sopra un terreno che sapevo pieno di ostacoli. Attimi dopo, come in un baleno vidi che Egli, impulsivamente, comandava l'apertura del paracadute senza gettarsi nel vuoto.

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   Vidi il paracadutino pilota schizzare a destra della fusoliera e la grande calotta ghermita dal vento. Istintivamente, ad evitare che il paracadute iinvestisse i piani di coda o il timone di direzione, picchiai fortemente l'aeroplano ed urlai al Generale di buttarsi. Fu un attimo.

   Il Generale si getto all'indietro, dando una grande spinta all'aeroplano. Ebbi un tonfo al cuore; si era lanciato malissimo (quello che subti mi impressiono, fù il pensiero che il terreno sottostante, in quel punto, era attraversato da linee ad alta tensione)  e, errore più grave, fu quello di aver comandato intempestivamente l'apertura del paracadute. Ero pur certo, tutttavia, che il "Salvator" anche in quel caso avrebbe vinto".

   Il Generale si schiantò al suolo ed i soccorsi lo trovarono già cadavere. Sulla scrivania del suo ufficio un appunto scritto a futura memoria, quasi premonizione della disgrazia, invitava il suo collaboratore Colonnello Fiore ad apportare alcune modifiche al paracadute che sarebbe andato a testare.

   Tutto l'evvenimento, altre che l'indole gentile e riflessiva, le indubbie capacità professionali, la genialità, contribuirono a creare il mito di un eroico generale deceduto pre prodigarsi oltre il proprio dovere.

  

 Lettera ad Italo Balbo da parte del Colonnello Demetrio Helbig incaricato della realizzazione del monumento a Guidoni.

   30 ottobre 1929

   "Eccellenza,

Lopera è compiuta. La salma del Generale Guidoni riposa oramai nel  sepolcreto sorto per volontà di V.E. nel sito dove egli cadde. Come la tomba dun "tribunus militum" dell'antica Roma, il monumento vuol riassumere in se la forza tranquilla, la grandezza, l'austerità, il silenzio della campagna romanaed in questa forma tramandare a i posteri il carattere dell'estinto.

   Ho serbato al mio Generale un ricordo di profondo affetto. Non poteva essere altrimenti, dopo che ebbi conosciuto in lui un complesso di doti rarissime ad incontrarsi riunite in una sola persona: bontà, intelligenza, rettitudine, suprema elevatezza d'ideali e sopra di tutto, una assoluta, una ferrea onestà. Fu pertanto con cuore fedele e con intima emozione che accettai l'incarico, da V.E. conferitomi, di curare la costruzione del monumento!."

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   Il monumento, realizzato dall'architetto Pietro Lombardi, fu eretto nei pressi del luogo dove era precipitato; i bassoorilievi furono disegnati da Angelo Zanellie realizzati dallo scultore Costante Coter, come anche il medaglione posto all'interno del monumento funebre, dove riposavano fin a pochi mesi or sono le spoglie del Generale e della sua consorte.

   Francesco Boncompagni Ludovisi, in qualità di Governatore di Roma, concesse il pezzo di colonna antica in marmo africano grigio che sostiene la pietrà d'altare nella cappella e i due cipressi posti all'esterno.

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   L'età Antica

   La presenza umana è attestata da una ricca documentazionedi opere murarie, manufatti, resti di strumenti litici, ceramiche, ville rustiche e sepolcri. Testimonianze che hanno da sempre esercitato un profondo fascino per chi vi dimorava.

   Scriveva Federico Cesi che di queste terre fu Barone: "Che dirò di casa? Vi dimoro e no, solo per accumular moneta; ed a questo fine rivolsi alcun poco la mente alla escavazione di tesori".

Ma ancor di più sono stati intrigati gli eruditi locali, che  a partire dal Rusconi hanno formato una notevole scuola di storici ed archeologi continuata con Lanciani, Piccolini, Cerasoli, fino ai tanti cultori contemporanei. La lunga tradizione di studio ha prodotto una considerevole quantità di ricerche e pubblicazioni ed ha portato all'apertura dell'Antiquarium di Montecelio, di un originale spazio espositivo nella cripta della moderna chiesa di Setteville che protegge un tratto della antica strada Tiburtina-Cornicolana e ad un grande parco archeologico in località Inviolata, intorno al sito della cosidetta Villa della triade.

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   Monticelli nelle parole dello storico Angelo Picchetti

   Manoscritto del XVII sec. conservato presso l'Archivio Vaticano.

"Nascono anco ivi quantitò di pere, mele, lentischi et una certa sorte di arbore chiamato mellia, che fa fiori simili all'aranci con sugo di miele dalle api succhiati, e questi arbori, a certi tempi dell'anno, punti da ferro rendono in vece di manna perfettissima storace, che se ne servono per il culto del divino e per rendere odorifere le habitazioni.

   Il declivo del monte verso la parte che risguarda il mezzo giorno et occidente è meno certo e difficile a discrenere, havendo bona pezza di piano assai vicino, che lo congiunge con un altro monte, chiamato Monte Albano, di settentrione, ove si vedono frequenti rupi di duri sassi, e ripieni di herbe et albori diversi, che lo rendono tanto più forte e diruposo, e vanno continuando per lo spatio di selve, amene valli, fioriti colli, verdeggianti prati, fertili vigne, vaghi pomarij e spessi verdi oliveti.

   Viene irrigato il territorio in più luoghi, a pro degl'huomini et animali, di vive e cristalline acque, et in qualche  anco sulfuree ad uso de bagni molto salubri e medicinali per diverse infermità. Si distende il suo territorio lungi dal monte verso l'occidente da quattro miglia, havendo per confine il territorio romano e di Lamentana, e da mezzo giorno altrettanto, confinando con l'antica città di Tivoli, dividendo verso l'oriente parte del suo territorio con il castello di Santo Polo, edificato dalle ruine della bella et antica città di Medulia.

   (...)

   Affermo bene con tenere il territorio diversi monticelli, colline, valli e piani arricchiti dalla natura per le delitie humane di albori di ulive, che in mezzo a duri sassi nascendo dilatano sopra di essi suoi tronchi e stendono i suoi alti e sempre verdi rami e danno a pro de cittadini e della reina città del mondo ogli di somma perfettione; si vedono anco infinita quantità di pere e mele dalla natura prodotte et altri simili albori fruttiferi, di esquisito sapore; sorgono orifereherbe, pascolo oltra modo delicato per ingrassare gl'animali per commodo dell'huomo; vi si vedono opache selve, et in particolare quella della Comunità, che è immensa, et par vogliono far guerra  al cielo et alle stelle.

   Servono questi albori producevoli di ghiande non solo per pascolo de gl'animali, ma per vari edificij come travi, tavole, piane et altri legni e per aratri; e più d'ogn'altro si adoprano queste legne per cocere con quelle la calce, che è nel territorio di grand' abbondanza si fa a benefitio delle fabbriche romane...

   Il viaggio Roma - Montecelio

  "Pochi fra noi cari concittadini, ricordano le peripezie del viaggio da Roma a Monte-Celio negli ultimi anni di Pio IX, o nei primi del nuovo regno. Si partiva nottetempo, con una vettura scheletrica capace di cinque pazienti, con un satellite seduto di mezzo al bagaglio,perchè sovente , nell'attraversare la selva selvaggia e solitaria corrispondente alla odierna piazza di Termini, ignoti malfattori tagliavan le corde e derubavano tranquillamente le valigie dei sonnolenti viandanti, Giunto intanto, per inscrutabile decreto della Provvidenza al Bivio del lago dei Tartari, dovevo cavalcare le VI miglia sul dorso della belva cara a Balaan per giungere in paese, dove mi attendeva l'aurea affascinante visione delle cinque monete che strappavo all'erario!" (Rodolfo Lanciani Archeologo).

   Il primo luglio del 1879 si inaugura la tranvia a vapore Roma - Tivoli. Un unico binario correva lungo il lato destro della via Tiburtina con almeno una dozzina di diramazioni per le cave e gli opifici che incontrava sul percorso.

   Il primo agosto del 1887 entra in attività la tratta Roma - Tivoli delle FF.SS. con una stazione di terza categoria nel Comune di Montecelio.

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   La disponibilità di un collegamento ferroviario, sopratutto in direzione Roma, offriva al nostro paese grandi possibilità di sviluppo, anche se la distanza (circa 5 km) tra la stazione e l'abitato (Montecelio) rendeva difficoltoso l'utilizzo della strada ferrata. A tale problema posero rimedio alcuni intraprendenti cittadini, tra cui Vitaliano D'Aquino, che istituirono un servizio postale tra i paese e la stazione. I primi mezzi di trasporto utilizzati furono dapprima i carretti, ben presto rimpiazzati da veivoli a motore.

   A tale servizio postale appartenevano gli automezzi raffigurati nella cartolina; sul tettuccio di quello di sinistra si intravede la targa che indicava il tragitto. Con il passare del tempo il servizio postale divenne una vera e propria autolinea, con  collegamenti per Roma e per i paesi limitrofi, che restò in attività fino all'assorbimento da parte dell'Azienda Regionale dei Trasporti Pubblici.

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